Blog Manuel Monti

" La parte migliore della vita di un uomo , i suoi piccoli , innominati, dimenticati atti di gentilezza e di amore"

Mi innamoro delle persone che mi sfiorano la testa. Con la loro. Di quelle che hanno avuto un passato difficile, complesso, ma diciamo pure, un mezzo delirio. Perché sono quelle che hanno la pelle che sa di sopravvissuto, quel sapore buono di esperienza e sale e la corazza di un guerriero.
Mi innamoro di quelle persone che la cultura l’hanno saputa leccare e poi, magari, ci hanno anche fatto l’amore. Che credono ai sogni, che esprimono desideri prima di andare a dormire. Che sanno ridere di se stessi, che si prendono in giro, che hanno un ego gigante magari, ma ci sanno parlare. Che lo chiamano “amico” e anche “bastardo”.
Mi innamoro di quelle persone che sanno esserci e sanno quando è ora di alzarsi e chiedermi di andare. Mi innamoro di una bellezza rara, di quella che vedi solo se tieni chiusi gli occhi.

Sta calmo mio Dolore e placati. La Sera
invocavi: eccola: sta scendendo;
la città si ravvolge in un’oscura atmosfera
che agli uni porta pace, agli altri tormento.
Mentre dei mortali la caterva vile,
sferzata dal Piacere, carnefice spietato,
va a cogliere rimorsi alla festa servile,
dammi la mano Dolore; vieni qui e in disparte
restiamo. Vedi affacciarsi le defunte Annate
ai balconi del cielo, nelle vesti antiquate;
dall’acqua fonda il Rimpianto sorgere sorridente;
il Sole moribondo addormentarsi sotto un ponte,
e strascicando a Oriente, come un lungo sudario,
senti senti la dolce Notte camminare.

Charles Baudelaire – Raccoglimento -

Vagavo in un mondo scuro ed incolore,
forse troppo a lungo vissuto con ardore,
finchè una dama non preferì le tenebre al cielo,
per venire a levare dal mio volto il velo
che impediva ai miei occhi di vederla
lucente e brillante come un’unica stella.

Lo levò con amore e dolcezza
con semplici gesti di tenerezza
ed ascoltò parole perse nel vento
rendendo speciale ogni momento.

Vivemmo di piccoli dolci sentimenti
Di gesti rubati e di sguardi sfuggenti,
e capii che amare era vedere sul viso
dell’altro un dolce infinito sorriso.

Sono caduto tante volte e tante volte mi sono rialzato. Ogni volta mi sembra più dura e ho la sensazione che il dolore, con le sue possenti mareggiate, abbia invaso nuovi spazi intimi, sabbie ancora indenni, fino a violare ogni più elementare certezza precedente, ogni piccola baia felice.

Il puro dolore non ha scialuppe di salvataggio, né pudore, ricorda solo se stesso, è senza tregua e senza pietà. Poi passa. Si ritira come l’alta marea, lasciando ossi di seppia, detriti, vuote bottiglie di vino, lacrime incapsulate nell’ambra, conchiglie scolorite, esperienze in cocci. È il museo del dolore. Privato e pubblico, ma sempre mitico, come la Biblioteca di Alessandria.

Si è tentati di fuggire da questa terra desolata, di tuffarsi nel flusso felice al primo chiarore, nella bonaccia. Non è prudente né saggio. Bisogna restare da soli un altro poco, catalogare i reperti da bravi archeologi di se stessi, perché ogni lacrima ha un senso, ogni fallimento lascia una traccia indelebile, e le sconfitte devono essere archiviate con diligenza, mentre le vittorie lo fanno da sole. Le vittorie sono frivole. Vincere è facile.

Fallire in assoluto è difficile. Io ci sono riuscito benissimo, anche parecchie volte di seguito. Il fallimento è come la musica, bisogna esserci portati, avere orecchio, saperlo ascoltare. Il dolore ha un ritmo mentre la felicità è sorda. La sua è una marcetta trionfale, starle dietro non richiede alcuno sforzo, perché il successo trascina, il fallimento emargina e ci lascia da soli. Mentre cadiamo sentiamo risate e motteggi sinistri, poi il rullo delle ruote dei carri dei vincitori, infine più nulla. Allora il dolore viene. Dapprima è un sussurro di malinconia, uno stridìo come i primi accordi di un’orchestra, poi una sinfonia d’archi e tamburi, di vuoti e pieni, elaborata, sapiente, incredibile, perché il dolore è sempre sorprendente: il dolore è un genio….

 

 

Mia isola maledetta io ti benedico. Ho imparato a nuotare grazie alle tue bacche velenose. Mi hanno nutrito e irrobustito e adesso posso tuffarmi e prendere il largo. Nessun mare sarà così nero e ostile da spaventarmi più.

Dagli abissi è emersa la mia fortuna, è stata la mia sfortuna a tenermi a galla. Nel più gelido degli oceani il mio cuore si è riscaldato. Non ho una casa né una meta. Sono compiutamente straniero.

È in questo mondo, disadorno e inospitale, che brilla la mia stella

. Certi pensieri vengono solo la domenica sera , quando gli amici sono spariti l’uno all’altro dal sabato notte, nei bar si mettono presto le sedie sui tavoli e le donne sono chiuse in casa. Si pensa a cose lasciate indietro più che a quelle avanti. Si cerca tra la nebbia un sentiero, specialmente se da posti di nebbia si viene e a quelli, senza volerlo, certe sera si ritorna. Si pensano certi pensieri come questo..

Ti ho pensato stanotte. Era da tempo che non succedeva, non riesco nemmeno a dire da quanto. Parlavamo. Mi parlavi, mi raccontavi le tue esperienze, la tua vita, quello che ti era accaduto in questi infiniti cinque anni di lontananza. Io ascoltavo le tue parole senza dire niente, ed ogni suono emesso era una pugnalata allo stomaco, perchè ero consapevole di non essere stato parte del tuo mondo negli istanti in cui quei rarefatti pezzi di esistenza hanno incontrato ed attraversato la tua vita.

Eppure non riuscivo ad essere triste. Il contatto con i tuoi occhi, la tua voce, i tuoi capelli neri rendevano quella situazione per certi versi familiare, come se in fondo non avessi mai creduto che le nostre esistenze si fossero separatamente definitivamente. Non sei cambiata per niente nel mio inconscio, sai? Conservi ancora quell’ingenuità da bambinona cresciuta e quegli occhioni neri che sprizzano un’intelligenza così viva e rara. Chissà se sei davvero ancora così…

 

Gli anni passano, sembrano un’eternità, soprattutto in questa fase della nostra vita in cui le esperienze ti travolgono ogni giorno senza lasciarti troppo tempo per riflettere, per capire, per prendere la decisione giusta, come se poi esistesse davvero una decisione giusta.  Ho imparato a conviverci, a tenere a bada i sensi di colpa per quel che potevo avere ma che ho colpevolmente frantumato. Hai presente la storiella sui fumatori? Sono convinti che la sigaretta permetta loro di rilassarsi, ma è vero il contrario. Il fumatore soffre di una fastidiosa sensazione di vuoto e di irrequietezza quando non fuma da troppo tempo, perchè il livello della nicotina nel sangue diminuisce. Non appena si accende una sigaretta, la concentrazione della nicotina sale nuovamente e il fumatore si rilassa. Ma quel senso di rilassatezza non è altro che il ritorno a quella sensazione di nomalità fisica che si proverebbe sempre qualora non si fumasse. Ecco, la situazione in cui mi trovo è analoga. Quando l’assenza di te si fa troppo forte cerco dei surrogati che mi permettano di sentirmi sereno. Ma lo stato di benessere che raggiungo in quegli istanti è solo un infinitesimo di quello che avevo prima, quando eravamo ancora sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda.

Ho trascorso così gli ultimi  anni. A bruciare mozziconi di esistenza per convincermi illusoriamente di poter riottenere ciò che ho perduto e che invece non tornerà mai più. Ed ora ascolto questo pezzo, con il mio Sigaro  in bocca, convinto che permetta di rilassarmi…

Pero’ spegnere la propria emotività non è stare bene. Giunto a quel punto non si soffrira perchè sei solo, ma perchè abbiamo  inaridito la tua capacità di provare empatia ed emozioni verso gli altri. ,,si  soffrira anche di più e non si avra neanche più la voglia di compatirsi.
Non bisogna credere che lasciar passare il tempo possa migliorare la situazione. Se nel frattempo non si fa nulla , nessun altro farà qualche cosa per te e le cose potranno solo che peggiorare. Perchè il tempo passa , le stempiature e i capelli bianchi arrivano prima che te ne rendi conto e il mondo intorno va avanti fottendosene di un dolce ragazzo  che ha paura di se stesso.

si può nemmeno minimamente immaginare di vivere un’esistenza priva di dolore. È sufficiente dare un rapido sguardo al nostro passato, anche recente, per rendersi conto che la vita di ogni essere umano non ne è esente. Ognuno di noi, chi in modo più o meno grave, ha dovuto fare i conti con quel sentimento devastante che sembra ingoiarci come un fiume limaccioso che tutto travolge e subbissa.
Il dolore sottrae violentemente il desiderio di continuare a vivere e ci scaraventa in una stanza buia e senza finestre in cui non riusciamo nemmeno a percepire il nostro stesso respiro.
È una battuta d’arresto che irrompe violentemente e, quando giunge, spesso senza alcun preavviso, inizialmente sembra non stia succedendo a noi.
Ci si sente spettatori della vita di un’altra persona, di un altro te.
Pensi che presto qualcuno verrà a dirti che si è trattato solo di un incubo.
Ma ciò non accade.
E con la consapevolezza che invece sei tu il protagonista di quella tragedia comincia un processo di annientamento dei sogni che hanno accompagnato fino a quel momento la tua vita.
Svanisce ogni certezza e in pochi istanti svela spietatamente la precarietà delle nostre convinzioni.
Crollano le certezze.
E pensi di non essere in grado di sopportare quel gravoso fardello.
Ciò che fino a ieri sembrava importante, cessa di avere lo stesso significato quando il dolore irrompe nella tua vita.
Grande o piccolo che sia, il dolore muta la vita di una persona.
Per sempre.

Mio caro Simone, dopo di te il rosso non è più rosso, l’azzurro del cielo non è più azzurro, gli alberi non sono più verdi. Dopo di te devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi. Dopo di te, rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini. Rimpiango le attese, le rinunce, i messaggi cifrati, i nostri sguardi rubati in mezzo a un mondo di ciechi, che non volevano vedere perché se avessero visto saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà. Rimpiango di non aver avuto ancora il coraggio di chiederti perdono. Per questo non posso più nemmeno guardare dentro la tua finestra. Era lì che ti vedevo sempre quando ancora non sapevo il tuo nome e tu sognavi un mondo migliore in cui non si può proibire ad un albero di essere albero e all’azzurro di diventare cielo. Non so se questo è un mondo migliore, ora che nessuno mi chiama più Davide, ora che mi sento chiamare soltanto signor Veroli. Come posso dire che questo è un mondo migliore? Come posso dirlo senza di te?”mondo migliore? Come posso dirlo senza di te?”

mi han detto che ti sposerai, chi se lo aspettava mai.
Tu che mi palavi di
mangiare il brie e andare a vivere con i freak.
Ed ora, che è quasi lunedì,
che strade prenderai, quale metrò?
Io non lo so.
Nel frattempo ho preso un volo per Beauvais.
E nelle case che cambierò forse ti dimenticherò.
Da quando non sei qui ho imparato a fare il Mi.
Scatto di più, mi tiro su.
In concerti e in campi aperti ho imparato a non averti e della psicologia farne una fotografia.

Eppure qualcosa ho imparato.
Ho imparato che a volte l’amore è tutto, altre volte non basta. Che le lacrime, ad un certo punto, non si trattengono più. Ho imparato che le persone scappano quando più fa comodo, quando è più semplice mollare. Che le promesse sono parole, la maggior parte delle volte, solo e soltanto parole. Ho imparato a urlare in silenzio. A tendere le mani anche quando non mi è stato chiesto. A cogliere la differenza fra amAre e amOre, in ogni piccola sfaccettatura. A mettermi in gioco e vincere. A mettermi in gioco e perdere. A non aspettarmi più niente. Ho imparato che io non sono facile da amare, perchè per me l’amore non è semplice e comune amore. Ho capito che devo lasciar andare chi non vuole rimanere. Che se ti fermi un attimo, se smetti di lottare, anche solo per un secondo, nessuno ti viene a riprendere. Ho capito che la vita, a volte, l’amore te lo fa pagare. Tutto alla fine. Quando fa più male.

Mi piace la gente che vibra,
che non devi continuamente sollecitare
e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare
perché sa quello che bisogna fare
e lo fa in meno tempo di quanto sperato.
Mi piace la gente che sa misurare
le conseguenze delle proprie azioni,
la gente che non lascia le soluzioni al caso.
Mi piace la gente giusta e rigorosa,
sia con gli altri che con se stessa,
purché non perda di vista che siamo umani
e che possiamo sbagliare.
Mi piace la gente che pensa
che il lavoro in equipe, fra amici,
è più produttivo dei caotici sforzi individuali.
Mi piace la gente che conosce
l’importanza dell’allegria.
Mi piace la gente sincera e franca,
capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli
Mi piace la gente di buon senso,
quella che non manda giù tutto,
quella che non si vergogna di riconoscere
che non sa qualcosa o si è sbagliata
Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,
si sforza genuinamente di non ripeterli.
Mi piace la gente capace di criticarmi
costruttivamente e a viso aperto:
questi li chiamo “i miei amici”.
Mi piace la gente fedele e caparbia,
che non si scoraggia quando si tratta
di perseguire traguardi e idee.
Mi piace la gente che lavora per dei risultati.
Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,
giacché per il solo fatto di averla al mio fianco
mi considero ben ricompensato.