LA CONDANNA E IL SOLE
«Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni», disse il pubblico ministero nel processo intentato dal fascismo a un uomo: Antonio Gramsci. Mi commuove in particolare, fra le centinaia di Lettere dal carcere, una a sua madre, e mi abbagliano due parole: onore, dignità.
È una lettera della primavera di ottantotto anni fa, vorrei stamparla e appenderla al balcone, al sole di questa primavera. Onore, dignità. Mi domando chi sia stato il primo di noi a lasciarle in soffitta ad ingiallire.
Quel pubblico ministero, nonostante l’enormità della condanna, non riuscì a impedire al cervello di Gramsci di funzionare. Ma il nostro, in qualche modo, si è rotto e va aggiustato. Pulito e asciugato al sole.
Dalle mura del carcere in cui ci siamo condannati, in questo offuscamento collettivo, bisognerebbe -credo- ritrovare anche in noi la semplicità di questa lettera alla madre, del 10 maggio 1928, con il candore della sua forza morale.
“Carissima mamma, vorrei che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Ti abbraccio teneramente. Nino.”