Blog Manuel Monti

" La parte migliore della vita di un uomo , i suoi piccoli , innominati, dimenticati atti di gentilezza e di amore"

Quando è arrivata, nessuno ha scommesso una lira su di lei, “perché è una straniera”, “perché è sola”, “perché, se quella è una miriade di noduli di epatocarcinoma, la cosa migliore per lei è di tornare a bere, senza farsi altre crisi di astinenza e sperando di morire in coma etilico”, “perché le sue uniche persone di riferimento sono il Nano e il Magnaccio” che, mentre vagava per il reparto, con la borsetta in mano e chissà quali pensieri per la testa, in preda al delirium tremens, facevano a turno a tenersela sulle ginocchia.

Perché “non possiamo salvare il mondo” e “se la signora vuole andare al SERT, certo non la posso accompagnare io”, perché qui non esiste un servizio di assistenza sociale, perché “non so… forse al comune… forse il medico di famiglia… forse il CTM” ma, sicuro, nessuno.

“Solo tre giorni, dottoressa”, “oggi è come ieri”, “io bene, mangiato frutta”, “lei troppo buona”, “a casa, andare a casa, per favore, a casa”, “amici, solo amici ci sono, figlio lontano”, “solo dieci minuti, sulla porta, dermatologo detto che sole fa bene”, “mai più alcol, mai più”.

Perché “la signora non parla bene, non si capisce”, perché la probabilità stimata che al suo “mai più alcool” ci creda davvero anche lei è vicina allo zero, perché “la signora va a dormire presso i vecchietti cui fa da badante, non ha un domicilio fisso”, perché se non l’avessimo dimessa forse sarebbe scappata.

Anime perse: ciò che noi possiamo fare per loro, durante un ricovero, è meno di una goccia nell’oceano, meno di una fiala di diazepam mentre lei si strappa gli accessi venosi e buca le sacche dell’infusione continua. Anime il cui destino è segnato e che non hanno altre opzioni se non continuare a sopravvivere come già fanno; anime i cui desideri di bene finiscono sommersi in un fango di false promesse, di aspettative non corrisposte, di speranze malriposte, di solitudine e di orizzonti chiusi. Non si può giustificare l’alcolismo: si può solo tentare di comprenderlo e di calarsi, per il tempo di un ricovero, in quell’abisso di miseria umana e di sofferenza che molto spesso ne è il substrato. E tentare di tirarsene fuori, spolverandosi il camice, prima che la sua volta pesante si richiuda. Magari questa volta non per sempre.

Mi manchi. Non ho altre parole…mi manchi… non voglio scriverti su whatsapp, non voglio chiamarti al telefono, non voglio sentirti su skype…voglio scriverti una lettera di carta. Voglio scriverti come si faceva trenta, quaranta e cinquanta anni fa…voglio riempire un foglio bianco con le parole che ho imparato sui libri, quelle che ho sentito al cinema, quelle che ho sentito alla radio ed alla televisione. Voglio scriverti perché così non puoi interrompermi e non posso essere disturbato da qualcuno che mi vuole proporre di passare da Tim a Vodafone. Voglio scriverti perché così posso pesare le parole e non sbagliare il modo o il tempo per dirti una cosa importante. Voglio scriverti per dirti che è giusto ma anche sbagliato, che è bello ma anche brutto, che per me sei tutto ed il contrario di tutto. Voglio scrivere che non saprei come potrebbe essere senza di te. Non saprei come fare…non saprei dove andare…Ma è vero anche che con te ho imparato a stare senza di te e a sapere dove andare anche se tu non ci sei. Perché ormai ci sei sempre e sei parte di me e io lo sono di te. Voglio scriverti perché una lettera è una cosa che rimane, che si mette in una busta, che si mette un francobollo (ma esistono ancora?) e poi si mette in una scatola o in un libro……..e dopo 50 anni la trovi lì e chi la legge è come se l’avessero scritta a lui o lei. Voglio scriverti perché mi piace se bagno il foglio con una lacrima che deforma le parole ma le rende più romantiche. Voglio scriverti perché so che la leggerai cento volte, e ancora cento volte ed altre cento ancora. Voglio scriverti una lettera perché ormai i postini consegnano solo bollette da pagare e avvisi di raccomandate…….. Voglio scriverti perché mi fai sempre aspettare….. ed ora sono giù in auto e vedo la tua finestra accesa…. e sei ancora lì che ti prepari……ora la vado a imbucare…….sono sicuro che ti troverò giù e mi dirai “ma non dovevi essere già qui?…” e io ti dirò “ma amore sono arrivato puntuale e nell’attesa che scendessi ti ho pure scritto una lettera e l’ho imbucata…” e tu mi sorriderai dicendo “ sei un bugiardo………”.

 

Ci sono notti.

Notti alle quali si arriva come in cima ad una montagna, con gli occhi che si chiudono per la stanchezza.

Notti piene di niente, che si vorrebbe solo dormire a pancia in giù, in mezzo agli odori noti e stantii di casa.

Notti che il mondo va chiuso fuori, col peso enorme che non ti fa respirare, tentando di non far entrare le dita buie dalle fessure delle finestre fino all’anima.

Ci sono notti.

 

ANCH’IO DOPO LA STRAGE DI NIZZA
MI STO RADICALIZZANDO IN FRETTA
I lupi solitari di oggi si radicalizzano in fretta. Anch’io. Dopo la strage di Nizza mi sono fatto una strage di romanzi, di opere d’arte, di storia, di musica, d’amore. Più loro si radicalizzano in fretta nell’infinita sciocchezza di un dio che li esorta a divorare quel che lui stesso ha generato, più il mio lupo solitario si radicalizza nel divorare in fretta il meglio che l’essere umano ha creato: il David di Donatello, I giusti di Borges, l’Adorazione dei Magi di Botticelli, i Beatles, Picasso e il Viaggio al termine della notte di Céline. I loro lupi si esaltano nello sfigurare gli innocenti, il mio si commuove ricordando le loro vittime una per una, ma si esalta ascoltando il Requiem di Mozart, Jimi Hendrix o il concerto numero 3 di Rachmaninov. Il loro lupo solitario è folle, ignorante, dominato dalla morte. Il mio lupo solitario è innamorato della vita. Da Oriente a Occidente è giunto il momento di decidere da che parte stare. Di quale branco sei? La risposta non è così facile come sembra. Radicalizzarsi in fretta costa fatica, determinazione e concentrazione, volontà di imparare da tutto e da tutti. Oppure uccidere te stesso e gli altri. Qual è il tuo lupo? Di quale branco sei? Non c’è tempo da perdere: studia la storia, impara a memoria le poesie più belle, entra in un cinema, vai in un museo, assisti a un musical, leggi Balzac, Kafka, Thomas Mann, ma soprattutto medita da solo in una stanza e chiedilo al tuo lupo, lui ti guiderà. Disarmiamo l’ignoranza. Diventiamo un branco. Circondiamoli.

“Magari lei non era affatto la donna della tua vita…”
“Sì che lo era.”
“Perchè?”
“Perchè era cattiva. Era matta, era cattiva, era tutta sbagliata.
Era vera, se capisce quello che voglio dire.
Era una strada piena di curve assurde, che correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di tornare.
Senza nemmeno sapere bene dove stava andando.
Era una di quelle strade su cui ci si ammazza.”

Quando qualcuno ti delude ripetutamente le cose cambiano e cambiano poco a poco. All’inizio combatti, ci provi a far capire che è sbagliato un determinato comportamento. Poi ti arrabbi ed ecco che cominci a tirar fuori il peggio di te, perché cominci a vedere nell’altro il menefreghismo del male che causa. Poi subentra la resa, quel momento in cui non hai più nemmeno voglia di parlare, di spiegare perché hai capito che chi hai di fronte vive in un altro mondo che non ha nulla a che fare con il tuo e non sarà mai in grado di capire cosa siano rispetto e sincerità. Mentre avviene tutto questo ti allontani… Ti allontani dentro fino a svegliarti una mattina con la consapevolezza che non te ne importa più niente. Datemi retta, se non siete all’altezza di grandi personalità restate nel vostro ed evitate di fingere amicizie, affetti e sentimenti inesistenti a voi da sempre sconosciuti.

LA CONDANNA E IL SOLE
«Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni», disse il pubblico ministero nel processo intentato dal fascismo a un uomo: Antonio Gramsci. Mi commuove in particolare, fra le centinaia di Lettere dal carcere, una a sua madre, e mi abbagliano due parole: onore, dignità.
È una lettera della primavera di ottantotto anni fa, vorrei stamparla e appenderla al balcone, al sole di questa primavera. Onore, dignità. Mi domando chi sia stato il primo di noi a lasciarle in soffitta ad ingiallire.
Quel pubblico ministero, nonostante l’enormità della condanna, non riuscì a impedire al cervello di Gramsci di funzionare. Ma il nostro, in qualche modo, si è rotto e va aggiustato. Pulito e asciugato al sole.
Dalle mura del carcere in cui ci siamo condannati, in questo offuscamento collettivo, bisognerebbe -credo- ritrovare anche in noi la semplicità di questa lettera alla madre, del 10 maggio 1928, con il candore della sua forza morale.
“Carissima mamma, vorrei che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Ti abbraccio teneramente. Nino.”

incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia sociale in cui vivono immerse.

Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tante richieste di aiuto, una struttura di personalità dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato: Personalità Creativa.

In questi casi non si può parlare di cura (anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato) perché: essere emotivamente sani in un mondo malato genera, inevitabilmente, un grande dolore e porta a sentirsi diversi ed emarginati.

Le persone che possiedono una Personalità Creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi.

Sono uomini e donne emotivamente sani, inscindibilmente connessi alla propria anima e in contatto con la sua verità.

Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.

É gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza e incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.

Gente che nella nostra società non va di moda, disposta a rinunciare per condividere.

Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.

Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.

Sono queste le persone che possiedono una Personalità Creativa.

Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.

Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.

E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.

Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.

Sanno scherzare, senza prendere in giro.

Pagano di persona il prezzo delle proprie scelte e preferiscono perdere, pur di non barattare la dignità.

Sono fatti così.

Poco ipnotizzabili. Poco omologabili. Poco assoggettabili.

Persone che non fanno tendenza.

Forse.

Gente poco normale, di questi tempi.

Gente con l’anima.

Un’onda umana avvolgente, senza fine. L’umanità prima di tutto. Il cuore grande che dona prima di ricevere. Le persone prima del denaro. Lo sguardo negli occhi, prima di girarsi senza pensare dall’altra parte. Essere prima ancora che Avere. Immergetevi tra le persone, tutte uguali e diverse, tutti abitanti dello stesso mondo. Un abbraccio, una carezza, una tenerezza. Accorciamo le distanze, ci accorgeremo che i corpi trasmettono energie. Siamo tutti passeggeri di un viaggio donato, che materialmente avrà fine, ma rimarrà in eterno la quantità e la qualità di amore che avremmo lasciato.

Non si può più scrivere neanche una poesia, in Europa, finché le frontiere resteranno chiuse. Solo i profughi hanno il diritto di farlo. Tutta la cultura del mondo, adesso, è nelle loro mani. Nessuno può più coltivare un fiore, in Europa. Tutti i fiori della terra sono sparsi in quel fango, per renderlo loro più lieve, dietro quei muri, quelle immonde reti. Che vergogna essere al di qua della frontiera, che vergogna non essere con loro. C’è il sole e mi sento un assassino.